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Simon Fisher Turner - The Garden
Jimi Hendrix - Axis: Bold as Love
Kip Hanrahan - Tenderness American
Mice Parade -Ramda Fat Cat
Pere Ubu - Datapanik in the year zero
Tom Waits - Blue Valentine

... e un libro :
Isabella Santacroce - Destroy

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Simon Fisher Turner
The Garden (Mute)
Questo di Turner è uno dei lavori curati assieme allo scomparso regista Derek Jarman proprio per una delle sue produzioni cinematografiche. Dischi come questo sono assai rari nel panorama musicale, non parliamo poi di quello cinematografico, fatto di suoni biodegradabili, in grado di diluirsi tra le immagini e nulla più. Non è il caso di questo The Garden. Fortemente voluto da Jarman come ulteriore commento alle immagini, nobile quanto il parlato del film, The Garden ha avuto gestazione minuziosa ma mai artificiale. Il disco vive di vita propria e riporta un inevitabile marchio a fuoco, quello di Jarman e della sua cruda capacità di cogliere le paure umane. I suoni vivono una selvaggia metamorfosi che riporta continuamente a tensioni e incertezze quotidiane. Se credete di potervelo ascoltare nei ritagli di tempo, lasciatelo pure nello scaffale dove lo avete trovato, non gli rendereste il giusto merito.
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Jimi Hendrix
Axis: Bold as Love (Polydor)
Non è questo il disco di Hendrix per eccellenza. Non è questo il disco dell'urgenza giovanile e nemmeno l'opera magmatica con la quale ci saluterà dopo una carriera durata troppo poco. Axis si colloca giusto nel mezzo della scarna discografia conosciuta; al secondo posto invece se si include tra le produzioni il redivivo Day of the new raising sun. Disco spesso snobato questo Axis ha il merito di definire dei nuovi standard compositivi che daranno profitto in Electric Ladyland. Anche se non si può gridare al miracolo come accadde per l'esordio, Axis è una frattura rispetto alla stretta osservanza blues e incomincia un processo di espansione che porterà suoni luminosi e meraviglie inaudite. Un vero piacere riascoltarlo.
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Kip Hanrahan
Tenderness (American Clavè)
La tenerezza che qui si cita non è quella dei sentimenti inutili o dei suoni affettati. Hanrahan è da sempre stato un difensore delle culture ritmiche "marginali" e la tenerezza si rifà forse alla devozione con cui vengono trattati quei suoni. Anche il disco in questione ne è zeppo e ne va orgoglioso. Un disco nero, scuro fin dall'involucro, quasi a voler nascondere la bellezza della musica che raccoglie, musica che fluisce come in un torrente senza sosta, senza conoscere ostacoli di alcun tipo. Una musica quella di Hanrahan che ha il coraggio di mostrare le proprie origini, sia che siano africane oppure argentine. Non confondete questo disco tra le musiche exotiche che oggi ci assillano, con quelle Hanrahan non ha nulla da spartire.
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Mice Parade
Ramda (Fat Cat)
La musica d'oggidì è ancora in grado di stupire?. Esiste ancora qualche autore in grado di accludere un manifesto programmatico al proprio lavoro?. Credo che figure simili siano sempre più rare nel panorama musicale che ci circonda ma questo incantatore di topi si stacca nettamente dai molteplici clown che ci riempiono le orecchie. Il perché lo si intuisce prima dal piccolo manifesto riportato nella copertine interna del CD e dall'ascolto dei suoni poi. Piccole melodie che non sprigionano aromi freschi, inusuali, una fragranza che ricorda i tempi migliori della Penguin Cafè Orchestra. Ma non si tratta di un mero clone, di quelle voci se ne recupera l'ispirazione, l'idea generale. Il gesto con cui viene tratto il suono è nuovo e lieve. Un manna di fronte a tanta inutile grevità.

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Pere Ubu
Datapanik in the year zero (Geffen)
Retrospettiva meritatissima questa per i Pere Ubu. Parlare di loro vuol dir parlare della genesi dell'art rock, di una musica dunque non per ragazzini e patatine fritte ma di ben altro. E' Cleveland che vede i natali delle loro performance e nulla meglio di questo sobborgo industriale in disuso poteva raccogliere gli spettri delle loro composizioni. Il box in questione contiene quasi tutto della loro produzione, dagli albori di 30 seconds over Tokyo agli episodi finali regalandoci anche una serie di rappresentazioni del genere raccolte tra la scena dei tempi. Finalmente i loro album vivono di una seconda giovinezza e se mai avessero perso la prima qui le urla di bestemmia di David Thomas risultano ancor più nitide e laceranti, ma è il suono complessivo a beneficiare del remastering. Un gruppo quello dei Pere Ubu che ancora oggi vive di sotterraneo rispetto e devozione meritatissimi. Mettete a confronto qualsiasi produzione odierna con un pezzo come Final Solution e poi mi saprete dire. Il rock odierno sembra distante anni luce da quella rabbia selvaggia, da quella voglia di sperimentare a tutti i costi. Oggi si vive di una musica da spalmare sulle orecchie, di eventi di cui compiacersi; l'unica collocazione che veramente conta è quella sugli scaffali in bella vista di uno store. Ma ancora nessuno ci ha dato le stesse emozioni del canto di Life stinks.

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Tom Waits
Blue Valentine (Asylum)
Quale consiglio potremmo dare per acquistare un disco di Tom Waits e quale in particolare per acquistare quello in questione?. Potremmo parlare della statura del personaggio, senza dubbio, e ci occorrerebbero pagine e pagine per raccontare anche di club di quart'ordine e puttanelle facili in mezzo a cui si è consumata la gavetta del nostro. Oppure potremmo consigliare il timoroso a lasciare che una volta tanto entri l'odore della vita negli scaffali della propria discografia. Si, abbiamo detto bene, l'odore della vita, fatto di sigarette spente in una ciotola colma, di sangue versato per amori senza via d'uscita, di nauseanti liquori che ristagnano sul fondo di mille bicchieri. Blue Valentine è l'opera più classica da lui compita, abilmente misurata tra la passione del blues e l'urgenza di un cantato roco da far scoppiare i nervi. Le storie che ci racconta sono quelle classiche di una Los Angeles periferica, fatta di amori andati male e puttane a 29 dollari. Il suo sguardo disincantato fotografa mirabilmente passioni e miserie di una vita beffarda, fatta di eserciti di perdenti che si mescolano nell'asfalto come in un film di Altman.
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Isabella Santacroce
Destroy (Universale Economica Feltrinelli)
Di questa scrittrice mi era già capitato di leggere Fluo e già all'epoca il romanzo mi procurò più prurigine che soddisfazione. La curiosità era nata da un articolo apparso sul Corriere della Sera in cui si parlava di Maggie Estepp e della Santacroce come di indizi di una nuova letteratura del consumo. Mentre la prima era in grado di tenere sveglio il lettore con un'autoironia dissacrante, la seconda raccontava i vaneggiamenti di una ragazza romagnola con non pochi complessi di inferiorità. Ma un solo libro mi sembrava riduttivo per scorgere l'importanza di quella scrittura, per definire la statura della Santacroce e decisi allora di leggermi questo Destroy che a quanto si dice ha suscitato non poche polemiche al suo apparire. Scusatemi ma non mi è stato possibile apprezzare nemmeno in questa occasione lo stile abrasivo e virulento tanto pubblicizzato ed è presto detto il perché. Misty, venticinquenne rivierasca, decide di dare una svolta alla sua vita e decide di puntare dritta sul mix cosmopolita più chiaccherato del pianeta : Londra. Cosa fare lì per togliersi di torno l'olezzo di piadina e birra annacquata ?!?!?! Ma buttarsi nel circuito più esclusivo fatto di latex, allucinazioni e voyeurismo assortito! Rende bene, Londra del resto è una città carissima e poi alle ragazze che puliscono i cessi in un pub catapecchia della periferia non interessa proprio nessuno. Ai nastri di partenza dunque! Misty è talmente piena di sé che per descriverne le inondazioni emotive si scomoda persino il Joyce più estremo ottenendo però una versione scombiccherata di Burroughs. Ogni pagina è occasione per aggredire il lettore con pose mentali di vario tipo. Il giochetto può funzionare con menti impressionabili ma riconosco che per un lettore medio il tutto possa risultare di una noia asfittica. Vi risparmio, per eccesso di pietismo, ulteriori delucidazioni su cosa si consuma tra le viscere delle parole e vi invito a leggerlo con attenzione. Sarà vostra incombenza determinare il degno albergo per libri di questa fattura!


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